Corte costituzionale

Sentenza n. 133/1980

Questione dichiarata infondata · depositata il 30/07/1980 · relatore Leopoldo Elia

Norme in gioco

usata come parametro

Epigrafe

ha pronunciato la seguente SENTENZA nei giudizi riuniti di legittimità costituzionale dell'art. 164, 2

comma, n. 1, e 4 comma, del codice penale, promossi con le seguenti

ordinanze:

1) ordinanza emessa il 25 settembre 1976 dal pretore di Padova nel

procedimento penale a carico di Miola Renzo ed altro, iscritta al n.

673 del registro ordinanze 1976 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale

della Repubblica n. 340 del 22 dicembre 1976;

2) ordinanza emessa l'11 gennaio 1979 dal pretore di Roma nel

procedimento penale a carico di Angiolino Raniero, iscritta al n. 196

del registro ordinanze 1979 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della

Repubblica n. 108 del 18 aprile 1979.

Visto l'atto d'intervento del Presidente del Consiglio dei

ministri;

udito nell'udienza pubblica del 19 dicembre 1979 il Giudice

relatore Leopoldo Elia;

udito l'avvocato dello Stato Giorgio Azzariti, per il Presidente

del Consiglio dei ministri.

Motivazione

Ritenuto in fatto :

1. - Il pretore di Padova, con ordinanza emessa il 25 settembre

1976, sollevava questione di costituzionalità dell'art. 164, ultimo

comma, del codice penale, nella parte in cui limita a due volte la

concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena,

tenendo fermo il limite massimo di due anni complessivi di condanna,

per contrasto con il principio di eguaglianza. Ciò perché l'istituto

della sospensione condizionale della pena, così come si è andato

configurando nella recente normativa di riforma, avrebbe perduto quei

caratteri di "condizionalità" che prima erano ad esso coessenziali e

dunque si paleserebbe ora ragionevole e coerente con la sua natura il

solo limite dell'ammontare complessivo della pena.

Nella specie l'imputato, ad avviso del pretore, avrebbe dovuto

essere condannato per contravvenzioni varie (reato p. e p. dall'art.

707 del codice penale, per aver detenuto arnesi atti allo scasso, quale

pregiudicato per reati contro il patrimonio; reato p. e p. dall'art. 4,

3 comma, ipotesi lieve, legge 18 aprile 1975, n. 110, per aver

detenuto un 'arma impropria, cioè una grande forbice, senza motivo;

reato p.e p. dall'articolo 2 della legge 27 dicembre 1956, n. 1423, per

non aver ottemperato al divieto di far ritorno a Padova per anni tre

per ragioni di pubblica sicurezza imposto dal questore di Padova) alla

pena di mesi cinque di arresto e lire 50.000 di ammenda. Ostavano alla

concessione del beneficio di cui si tratta due precedenti condanne,

l'una per furto tentato (1973) alla pena di mesi due, giorni venti di

reclusione e lire 10.000 di multa e l'altra per lesioni volontarie

(1976) alla pena di mesi uno e giorni 10 di reclusione, entrambe con la

concessione del beneficio.

L'ordinanza, regolarmente comunicata e notificata, veniva

pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 340 del 22 dicembre 1976.

2. - Interveniva in giudizio il Presidente del Consiglio dei

ministri attraverso l'Avvocatura dello Stato, chiedendo pronunzia di

rigetto. L'art. 164 del codice penale, così come modificato con la

legge 7 giugno 1974, n. 220 (di conversione del d.l. 11 aprile 1974, n.

99), consentirebbe invero di concedere più di due volte il beneficio

della sospensione condizionale della pena. In sede di conversione,

infatti, del decreto-legge menzionato non solo è stato soppresso

l'inciso "nel caso che per una precedente condanna sia stata ordinata

la sospensione della esecuzione" ma inoltre è stato precisato che la

sospensione può essere disposta in un successivo giudizio qualora i

limiti stabiliti dall'art. 163 del codice penale non siano superati

cumulando la pena da infliggere con "quella irrogata con la precedente

condanna anche per delitto". Con ciò invero si sarebbe inteso

rimuovere ogni limite riguardo al numero delle condanne, restando fermo

il limite dell'entità complessiva della pena.

Nel corso dell'udienza di discussione l'Avvocatura dello Stato

ribadiva il proprio punto di vista riportandosi all'atto di intervento.

3. - Questione in parte analoga, con riferimento all'articolo 164,

2 comma, n. 1 ed ultimo comma del codice penale, era sollevata dal

pretore di Roma, con ordinanza emessa l'11 gennaio 1979.

L'irragionevolezza del sistema apparirebbe chiara, ad avviso del

pretore di Roma, oltreché per motivi analoghi a quelli già

illustrati, anche avendo riguardo alla circostanza che il beneficio

può essere concesso (secondo la giurisprudenza della Corte suprema) a

chi deve essere condannato per delitto, avendo riportato due precedenti

condanne, una per contravvenzione ed una per delitto; mentre non

potrebbe essere concesso a chi deve essere condannato per una

contravvenzione, dopo essere stato condannato due volte per delitto.

Nella specie l'imputato avrebbe dovuto essere condannato per la

contravvenzione p.e p. dall'art. 17, lett. b) della legge 28 gennaio

1977, n. 10 (costruzione abusiva) e per i delitti di violazione di

sigilli (art. 349 c.p.) ed immutazione dello stato dei luoghi (art. 632

c.p.), unificati sotto il vincolo della continuazione, a lieve pena,

tenuto conto delle sue modeste condizioni economiche e culturali e

della non rilevante gravità del fatto; ma ostavano alla concessione

del beneficio precedenti condanne del 1946 ad anni uno e mesi quattro

di reclusione e lire 1.333 di multa per il delitto di furto e del 1950

alla pena di mesi uno e giorni venticinque di reclusione per il delitto

di lesioni personali.

L'ordinanza, regolarmente comunicata e notificata, veniva

pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 108 del 18 aprile 1979.

Nessuna parte si è costituita nel giudizio innanzi a questa Corte. Considerato in diritto :

L'ordinanza del pretore di Padova e quella del pretore di Roma,

riguardando entrambe l'ultimo comma dell'art. 164 del codice penale

(sia pure considerato, nella seconda ordinanza, insieme al disposto del

2 comma, n. 1), sollevano questioni analoghe che possono essere decise

con unica sentenza.

Le questioni non sono fondate.

Con la riforma in tema di sospensione condizionale della pena,

intervenuta a seguito dell'art. 12 del d.l. 11 aprile 1974, n. 99 (il

quale modificava l'art. 164 del codice penale, ulteriormente

modificato, nell'ultimo comma, dalla legge di conversione 7 giugno

1974, n. 220), si è resa più favorevole al condannato la precedente

disciplina, stabilendo che "il giudice, nell'infliggere una nuova

condanna, può disporre la sospensione condizionale qualora la pena da

infliggere, cumulata con quella irrogata con la precedente condanna

anche per delitto, non superi i limiti stabiliti dall'art. 163" (pena

detentiva non superiore a due anni).

Dal testo della novellata disposizione, nonché dai lavori

preparatori, emerge con chiarezza che la sospensione non può

concedersi per più di due volte, costituendo il limite della pena

detentiva biennale il massimo di sbarramento per una prima ed una

seconda concessione del beneficio. Una diversa interpretazione (in

contrasto con la giurisprudenza della Corte di cassazione) non sarebbe

aderente alla ratio della riforma, che intende tener conto soltanto di

una seconda possibilità di ravvedimento da parte del condannato.

Si eccepisce che così risulterebbe deteriore la posizione del

soggetto condannato più di due volte con pene che, cumulate, restino

nel limite della pena detentiva di due anni; violandosi in tal modo

l'art. 3, 1 comma, Cost. perché questa situazione sarebbe

irragionevolmente svantaggiata rispetto a quella di chi è condannato,

una o due volte, a pene che raggiungano l'entità predetta.

Ma la eccepita irragionevolezza non sussiste dal momento che, come

si è detto, l'innovazione introdotta dalla riforma va ravvisata in

primo luogo nel consentire la sospensione condizionale della pena anche

in caso di recidiva, ma di recidiva primaria e non già di recidiva

plurima. Perciò il criterio assunto nella normativa del 1974 concerne

il numero delle condanne a pena detentiva (che passa da uno a due),

compatibili con la concessione del beneficio, e non il limite massimo

della pena, che è identico, del resto, sia in caso di prima che di

seconda condanna.

Inoltre, l'accedere alla soluzione prospettata nell'ordinanza del

pretore di Padova, lungi dal favorire la possibilità di ravvedimento

del condannato, potrebbe piuttosto disincentivarla.

In altri termini, il legislatore non è caduto in alcuna

contraddizione ed ha sviluppato con coerenza una disciplina che, più

favorevole nei confronti del condannato, è comunque fondata sulla

prognosi di ravvedimento: prognosi che diverrebbe sempre meno

plausibile, una volta che si andasse oltre la recidiva primaria.

Comunque solo il legislatore, per considerazioni di politica criminale,

potrebbe darsi carico dei rilievi contenuti nell'ordinanza del pretore

di Padova, non certo il giudice della costituzionalità delle leggi.

Le considerazioni svolte a proposito di ne ter in idem in tema di

concessione della sospensione condizionale della pena valgono anche per

la questione di legittimità costituzionale dell'art. 164, 2 comma, n.

1 e ultimo comma, sollevata dal pretore di Roma.

L'ordinanza contesta, sempre in relazione al limite della pena

complessiva biennale, l'impossibilità per il giudice di ordinare la

sospensione della esecuzione della pena detentiva per delitto, quando

il condannato abbia comunque riportato in precedenza due condanne,

sempre a pena detentiva per delitto.

Anche qui, è del tutto ragionevole che, superandosi il limite

della doppia condanna, come sopra qualificata, perda ogni rilievo la

circostanza che la pena complessiva irrogata nelle tre pronuncie non

superi la durata biennale. Né appare pertinente il richiamo a

situazioni a torto definite analoghe, nelle quali si faccia valere il

carattere, ostativo o meno alla concessione del beneficio, di pronuncie

di condanna intermedie.

Dispositivo

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale

dell'art. 164, secondo comma n. 1 e ultimo comma del codice penale, in

riferimento all'art. 3 della Costituzione, sollevate dai pretori di

Padova e di Roma, con le ordinanze in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale,

Palazzo della Consulta, il 18 luglio 1980.

F.to: LEONETTO AMADEI - GIULIO

GIONFRIDA - GUIDO ASTUTI - MICHELE

ROSSANO - ANTONINO DE STEFANO -

LEOPOLDO ELIA - GUGLIELMO ROEHRSSEN -

ORONZO REALE - BRUNETTO BUCCIARELLI

DUCCI - ALBERTO MALAGUGINI - LIVIO

PALADIN - ARNALDO MACCARONE - ANTONIO

LA PERGOLA - VIRGILIO ANDRIOLI.

GIOVANNI VITALE - Cancelliere

ECLI:IT:COST:1980:133 · Testo integrale dai dati aperti della Corte costituzionale (CC BY-SA 3.0) · scheda sul sito della Corte

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