Corte costituzionale

Sentenza n. 204/1972

Illegittimità costituzionale dichiarata · depositata il 29/12/1972 · relatore Vincenzo Trimarchi

Epigrafe

ha pronunciato la seguente SENTENZA nei giudizi riuniti di legittimità costituzionale dell'art. 11,

primo e terzo comma, ultima parte, della legge 13 marzo 1950, n. 120

(norme relative all'ordinamento dell'Istituto nazionale di assistenza

per i dipendenti da enti locali), promossi con ordinanze emesse il 21

gennaio 1971 e il 28 novembre 1970 dalla Corte dei conti - sezione

terza pensioni civili - sui ricorsi rispettivamente di Bolletta

Umberto, Micheletti Pierina e Perri Salvatore contro l'Istituto

nazionale di assistenza per i dipendenti da enti locali, iscritte a nn.

199, 200 e 254 del registro ordinanze 1971 e pubblicate nella Gazzetta

Ufficiale della Repubblica n. 170 del 7 luglio 1971 e n. 233 del 15

settembre 1971.

Udito nella camera di consiglio del 23 novembre 1972 il Giudice

relatore Vincenzo Michele Trimarchi.

Motivazione

Ritenuto in fatto :

1. - Umberto Bolletta, dipendente del Comune di Foligno dal 1935,

veniva collocato a riposo nel 1945 per abbandono del posto.

Non avendo diritto a pensione, stante la durata del servizio

prestato, avanzava domanda onde ottenere l'assegno vitalizio, ma questo

gli veniva negato perché il collocamento a riposo non era avvenuto per

motivi indipendenti dalla sua volontà sibbene per dimissioni d'ufficio

a seguito del detto abbandono del posto.

Contro codesto provvedimento di diniego, il Bolletta proponeva

ricorso davanti alla Corte dei conti, chiedendo nei confronti

dell'INADEL il riconoscimento del diritto all'assegno vitalizio.

La Corte dei conti, in accoglimento dell'eccezione del p.m.,

sottoponeva a questa Corte, considerandola rilevante e non

manifestamente infondata, la questione di legittimità costituzionale

dell'art. 11, comma primo, della legge 13 marzo 1950, n. 120, nella

parte in cui la norma subordina il conferimento dell'assegno vitalizio

alla condizione che il personale degli enti locali sia cessato dal

servizio per motivi indipendenti dalla propria volontà, ed in

riferimento all'art. 36 della Costituzione.

Sotto il profilo della rilevanza, osservava che, qualora fosse

stata dichiarata l'illegittimità della detta norma in parte qua, il

ricorrente avrebbe avuto diritto al richiesto assegno vitalizio.

Circa la non manifesta infondatezza, rilevava che l'assegno

vitalizio fa parte della retribuzione differita al momento della

cessazione dal servizio e non potrebbe essere negato al lavoratore

anche se il servizio stesso abbia avuto termine per motivi inerenti

alla volontà del dipendente. Ed a tal riguardo ricordava che questa

Corte, con le sentenze nn. 3 del 1966 e 75 del 1968, aveva deciso

analoghe questioni, escludendo che la colpa del lavoratore o le sue

dimissioni e perfino la condanna penale potessero incidere sul diritto

a pensione o ad altri assegni similari.

L'ordinanza, del 21 gennaio 1971, veniva ritualmente comunicata,

notificata e pubblicata.

2. - A Pierina Micheletti, quale vedova di Giuseppe Piazzano,

segretario del Comune di Lessona Biellese, deceduto in attività di

servizio il 15 maggio 1933, veniva conferito dall'INADEL l'assegno

vitalizio a decorrere dal 1 maggio 1950.

Successivamente, l'Istituto, venuto a conoscenza che la Micheletti

era titolare di pensione dell'INPS a carico della gestione speciale per

i coltivatori diretti, con deliberazione del 27 settembre 1969, la

dichiarava decaduta dal beneficio concessole, stante il divieto di

cumulo dell'assegno vitalizio con altri trattamenti di quiescenza a

carico dello Stato o di altri enti pubblici, sancito dall'art. 11

della legge 13 marzo 1950, n. 120.

Avverso la deliberazione, la Micheletti proponeva ricorso davanti

alla Corte dei conti, sostenendo nei confronti dell'INADEL, di avere

diritto alla conservazione dell'assegno. A suo avviso, essendo il di

lei marito deceduto nel 1933, sarebbe applicabile alla specie l'art. 99

(recte: 45) del regolamento approvato con il r.d. 20 dicembre 1928, n.

3239 (nel testo modificato dall'articolo unico del r.d. 15 novembre

1937, n. 2652), che consentiva il cumulo in questione, e non la legge

n. 120 del 1950 vigente nel momento in cui il diritto stesso era stato

per la prima volta esercitato. E tale interpretazione, per altro,

sarebbe più consona allo spirito delle norme similari, dettate per i

dipendenti dello Stato e degli enti pubblici.

L'Istituto chiedeva il rigetto del ricorso. Richiamava la

giurisprudenza contraria della Corte dei conti e faceva presente che la

legge n. 120 del 1950 aveva completamente innovato la precedente

normativa in materia di assegni vitalizi. Considerava non valido il

riferimento della ricorrente alle norme che consentono il cumulo per

altre categorie di pubblici dipendenti.

Il p.m., premesso che il citato art. 45 del r.d. n. 3239 del 1928

era stato abrogato e che l'art. 11 della legge n. 120 del 1950 è

applicabile agli assegni in corso di godimento in base alla precedente

normativa, sollevava questione di legittimità costituzionale del

citato art. 11, commi primo e terzo, perché in contrasto con gli artt.

36 e 3 della Costituzione.

La Corte dei conti, ritenute pienamente applicabili alla specie le

norme denunciate, considerava rilevante la sollevata questione. Circa

la non manifesta infondatezza di essa, a proposito dell'assegno

vitalizio osservava che era indubbio il carattere di ristoro

dell'emolumento configurantesi come sostitutivo della pensione. In

particolare, sulla base delle sentenze nn. 3 del 1966 e 75 del 1968

della Corte costituzionale, che hanno riconosciuto la natura

retributiva sia della pensione e sia degli assegni similari (quale

l'indennità di anzianità), reputava sufficientemente fondato il

denunciato contrasto con l'art. 36 che ha inteso verosimilmente

tutelare anche il diritto del lavoratore a fruire di una pluralità di

retribuzioni (attuali o differite) in corrispondenza di una pluralità

di prestazioni. Con riferimento all'art. 3, la norma denunciata non

sarebbe conciliabile col fatto che il cumulo di più trattamenti

retributivi aventi titolo in un rapporto di lavoro (sotto il duplice

profilo del trattamento di attività concorrente con quello di

quiescenza e della pluralità di trattamenti di pensione) sia ammesso

dal vigente ordinamento per talune categorie di pubblici dipendenti,

senza che alla disparità di regolamentazione corrisponda una

obbiettiva diversità di situazioni regolate; e neppure, e soprattutto,

con l'art. 4 del d.P.R. 5 giugno 1965, n. 759, che ha abrogato, con

effetto dal 1 marzo 1966, l'articolo 8 della legge 27 novembre 1956, n.

1407, contenente il divieto di cumulo degli assegni vitalizi a carico

dell'opera di previdenza per i personali civile e militare dello Stato

(ora gestita dall'ENPAS) con trattamenti di attività derivanti da

rapporto di impiego o di lavoro a carattere continuativo e con pensioni

o altri assegni di quiescenza a carico dello Stato o di altri enti

pubblici o amministrazioni private, il cui importo fosse superiore a

lire 45.000 mensili.

La Corte dei conti, infine, osservava che le precedenti

argomentazioni erano valide anche per l'ipotesi, ricorrente nella

specie, in cui il destinatario dell'assegno vitalizio sia non il

lavoratore, ma il congiunto avente causa ed in cui questi sia titolare

di una propria posizione previdenziale. Il congiunto, infatti, è

designato dalla legge quale soggetto del diritto derivato in quanto

già compartecipe, per essere stato a carico del dante causa, della

retribuzione corrisposta in vita al lavoratore. E poi, in materia

previdenziale e di quiescenza, è generale il principio della

riversibilità ai congiunti aventi causa, talvolta anche con l'assenza

di determinate condizioni, come avviene nei confronti della vedova del

lavoratore o dei figli minori.

L'ordinanza, del 28 novembre 1970, veniva regolarmente comunicata,

notificata e pubblicata.

3. - Salvatore Perri, applicato del Comune di S. Giovanni in Fiore

e cessato dal servizio l'8 agosto 1936 per motivi di salute, otteneva

da parte dell'INADEL l'assegno vitalizio a decorrere dal 1 maggio 1950.

Successivamente l'Istituto, venuto a conoscenza che al Perri era

corrisposta dall'INPS la pensione di invalidità per contributi

volontariamente versati dall'iscritto, con deliberazione del 27

settembre 1969, dichiarava l'interessato decaduto dal beneficio in

precedenza concessogli, stante il divieto di cumulo dell'assegno

vitalizio con altri trattamenti a carico dello Stato o di altri enti

pubblici, sancito dall'art. 11 della legge 13 marzo 1950, n. 120.

A seguito di ciò il Perri proponeva ricorso davanti alla Corte dei

conti, dolendosi nei confronti dell'INADEL del provvedimento adottato e

chiedendo il riconoscimento del diritto alla pensione a carico della

Cassa per le pensioni ai dipendenti degli enti locali per il servizio

prestato dal 1. maggio 1914 all'8 agosto 1936.

L'INADEL chiedeva il rigetto del ricorso, mettendo tra l'altro in

evidenza la portata innovativa della legge n. 120 del 1950.

Il p.m. sollevava questione di legittimità costituzionale

dell'art. 11, commi primo e teno, della citata legge n. 120, in

riferimento agli artt. 36 e 3 della Costituzione.

La Corte dei conti, premesso che in via principale il ricorrente

aveva reclamato il diritto alla conservazione dell'assegno vitalizio

oggetto del provvedimento di revoca, considerava rilevante la sollevata

questione. Circa la non manifesta infondatezza, ripeteva le

argomentazioni svolte con l'ordinanza emessa nel giudizio vertente tra

Pierina Micheletti e l'INADEL e riportate al precedente numero di

questa esposizione in punto di fatto.

L'ordinanza, del 28 novembre 1970, veniva regolarmente comunicata,

notificata e pubblicata.

4. - Nei tre giudizi, come sopra promossi, non si è costituita

alcuna delle parti, né ha spiegato intervento il Presidente del

Consiglio dei ministri. Le cause, per tanto, a sensi dell'art. 26,

comma secondo, della legge 11 marzo 1953, n. 87, vengono decise in

camera di consiglio. Considerato in diritto :

1. - I tre giudizi, in quanto aventi ad oggetto questioni identiche

o strettamente connesse, vanno riuniti e definiti con unica sentenza.

2. - La prima questione, che la Corte ritiene di dovere esaminare,

è sollevata dalla Corte dei conti con ordinanza del 21 gennaio 1971 e

concerne l'art. 11, comma primo, della legge 13 marzo 1950, n. 120

(norme relative all'ordinamento dell'Istituto nazionale di assistenza

per i dipendenti da enti locali). Secondo la Corte dei conti tale norma

sarebbe in contrasto con l'art. 36 della Costituzione, nella parte in

cui "subordina il conferimento dell'assegno vitalizio alla condizione

che il personale degli enti locali sia cessato dal servizio per motivi

indipendenti dalla propria volontà", perché l'assegno vitalizio,

così come il trattamento pensionistico, costituisce parte della

retribuzione differita al momento della cessazione dal servizio e come

tale non può essere negato al lavoratore anche se il servizio stesso

abbia termine per motivi inerenti alla sua volontà.

La questione così proposta presenta punti di stretta analogia con

altre già considerate favorevolmente da questa Corte (cfr. sentenze

nn. 3 del 1966, 78 del 1967, 75 e 112 del 1968 e 25 del 1972) e

comunque è di per sé sicuramente fondata.

L'assegno vitalizio, in favore dei dipendenti da enti locali,

istituito con il r.d.l. 23 luglio 1925, n. 1605, ha trovato la sua

disciplina quale prestazione di diritto con la citata legge n. 120 del

1950, la cui normativa è applicabile alla specie, e una nuova

regolamentazione con la legge 8 marzo 1968, n. 152.

Secondo le norme della legge n. 120 del 1950, tale assegno spetta e

viene concesso dall'INADEL a quei dipendenti a cui non compete la

pensione da parte della Cassa pensioni dipendenti enti locali.

Praticamente, quindi, esso, avendo una funzione sostitutiva nei

confronti della pensione, integra un particolare trattamento di

quiescenza.

Ora, per l'assegno vitalizio, stante la sua natura e funzione, non

può non valere, ai fini della valutazione della questione de qua, ciò

che questa Corte ha avuto occasione di dire a proposito della pensione,

spettante al personale statale.

Anche l'assegno vitalizio dell'INADEL trova in un rapporto di

impiego la sua giustificazione e la sua misura. E per ciò la norma

che ne esclude la spettanza quando il personale sia collocato a riposo

per motivi dipendenti dalla sua volontà, appare chiaramente in

contrasto con l'art. 36 della Costituzione. Essa viene, infatti, a

negare al detto personale (non avente diritto a pensione) quella parte

del complessivo trattamento la cui corresponsione è differita per

consentirgli di far fronte alle esigenze connesse alla cessazione del

rapporto e che trova, nel suo insieme, proprio nell'art. 36 la sua

tutela costituzionale.

Di conseguenza, ricorrono i presupposti perché sia dichiarata

l'illegittimità costituzionale dell'art. 11, comma primo, della citata

legge n. 120 del 1950, nella parte in cui nega la concessione di

diritto dell'assegno vitalizio al personale degli enti locali che sia

collocato a riposo per motivi dipendenti dalla sua volontà.

3. - La seconda questione sottoposta dalla Corte dei conti con

ordinanze del 28 novembre 1970 (nn. 200 e 254 del reg. oR.D. 1971)

riguarda i commi primo e terzo, ultima parte, del citato art. 11 della

legge n. 120 del 1950 ed è prospettata in riferimento agli artt. 36 e

3 della Costituzione. Si ritiene, da un canto, che vadano contro l'art.

36, che tutelerebbe, tra l'altro, il diritto del lavoratore a fruire di

una pluralità di retribuzioni (attuali o differite) in corrispondenza

di una pluralità di prestazioni, le norme che non consentono

all'iscritto all'INADEL di cumulare l'assegno vitalizio con la pensione

(primo comma) e negano la riversibilità dell'assegno ai congiunti

dell'iscritto fruenti anch'essi di una pensione propria (terzo comma,

ultima parte); e si prospetta, d'altro canto, il dubbio che codeste

norme violino l'art. 3 della Costituzione, perché dal vigente

ordinamento è ammesso per talune categorie di pubblici dipendenti il

cumulo di più trattamenti retributivi aventi titolo in un rapporto di

lavoro, e alla disparità di trattamento non corrisponde una obiettiva

diversità di situazioni regolate, e perché il divieto di cumulo degli

assegni vitalizi a carico dell'ENPAS con trattamenti di attività

derivanti da rapporto di impiego o di lavoro a carattere continuativo e

con pensioni od altri assegni di quiescenza a carico dello Stato o di

altri enti pubblici o amministrazioni private, era previsto nell'art.

della legge 27 novembre 1956, n. 1407, e tale norma è stata abrogata

dall'art. 4 del d.P.R. 5 giugno 1965, n. 759.

Le ordinanze della Corte dei conti sono state emesse, con contenuto

sostanzialmente identico, in due procedimenti in cui la legittimità

costituzionale dell'anzidetto divieto era stata contestata

rispettivamente da un congiunto (vedova) di iscritto all'INADEL e

direttamente da un iscritto. Stante ciò, nel giudizio nascente dalla

prima ordinanza, potrebbe anche essere constatata la mancanza della

rilevanza a proposito della questione relativa al primo comma dell'art.

11, ma nello stesso tempo la risoluzione di questa stessa questione non

può non dirsi sicuramente pregiudiziale per la decisione del merito di

cui al secondo giudizio.

Considerando quindi la questione nel suo insieme e sotto i suoi

specifici profili, è il caso di notare che le ipotesi configurabili a

proposito del primo e del terzo comma dell'art. 11, presuppongono che i

due trattamenti in conflitto non siano dovuti per un'unica prestazione

di lavoro: ed in particolare non può venire in considerazione il caso

che la pensione sia dovuta all'iscritto per la stessa causale di lavoro

per cui gli spetta l'assegno vitalizio.

Ora limitatamente alle ipotesi rientranti nella previsione

normativa è ravvisabile un sicuro contrasto con l'art. 36 della

Costituzione.

Dato che il trattamento pensionistico del lavoratore è ritenuto

costituzionalmente garantito da detta disposizione ed il principio è

da considerare valido ed operante per ogni altro trattamento,

successivo alla cessazione del rapporto, che presenti una componente

retributiva, non si può non ammettere che a pluralità di prestazioni

faccia riscontro una pluralità di retribuzioni (attuali o) differite.

E ne consegue che, entro codesti limiti, il divieto di cumulo dei

trattamenti economici sia costituzionalmente illegittimo perché per

quello che ne resta escluso, si realizza una sostanziale

disapplicazione del principio della giusta retribuzione.

Va pertanto dichiarata l'illegittimità costituzionale delle norme

denunciate nella parte in cui la concessione dell'assegno vitalizio

all'iscritto e la riversibilità ai suoi congiunti sono negate a coloro

che abbiano diritto ad una pensione propria a titolo differente.

E rimane assorbito l'esame del secondo profilo della questione.

Dispositivo

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 11, comma primo,

della legge 13 marzo 1950, n. 120 (norme relative all'ordinamento

dell'Istituto nazionale di assistenza per i dipendenti da enti locali),

nella parte in cui subordina la concessione di diritto degli assegni

vitalizi al personale alla condizione che il collocamento a riposo

abbia luogo per motivi indipendenti dalla sua volontà, e di detto

comma nonché del terzo comma dello stesso articolo nella parte in cui

le relative norme negano all'iscritto la concessione dell'assegno e ai

suoi congiunti la riversibilità quando ai detti aventi diritto, per

titolo differente, spetti una pensione propria.

Così deciso in Roma, in camera di consiglio, nella sede della

Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 14 dicembre 1972.

COSTANTINO MORTATI - GIUSEPPE VERZÌ

- GIOVANNI BATTISTA BENEDETTI -

FRANCESCO PAOLO BONIFACIO - LUIGI

OGGIONI - ANGELO DE MARCO - ERCOLE

ROCCHETTI - ENZO CAPALOZZA - VINCENZO

MICHELE TRIMARCHI - VEZIO CRISAFULLI

- NICOLA REALE - PAOLO ROSSI -

LEONETTO AMADEI - GIULIO GIONFRIDA.

ARDUINO SALUSTRI - Cancelliere

ECLI:IT:COST:1972:204 · Testo integrale dai dati aperti della Corte costituzionale (CC BY-SA 3.0) · scheda sul sito della Corte

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